Sfida per i beni confiscati alla mafia

RIPRENDIAMOLI
La sfida per i beni confiscati alla mafia

"Confiscati Bene" è un progetto di data journalism per censire il patrimonio, frutto di attività illegali, che lo Stato ha sottratto alla criminalità: 27.000 case, terreni, aziende, auto di lusso. Solo 11.000 sono stati riassegnati. La mappa, le leggi, la burocrazia, le storie: un'inchiesta sui tesori che aspettano di essere restituiti alla comunità. Con il vostro aiuto

LA MAPPA  -  PARTECIPA  -  ABOUT THIS PROJECT  -  VIDEO  -  TOPIC  -   SCARICA I DATI  -   NOTIZIE

Sul terreno sequestrato nel 1999 al boss Matteo Messina Denaro - il nuovo capo di Cosa Nostra in Sicilia, ricercato numero uno dalla polizia italiana - doveva nascere un campo di calcio. Ma ancora nulla è stato fatto.
Il palazzo storico confiscato alla camorra, dove Giuseppe Garibaldi dormì e dove nel 1860 venne firmata la resa di Capua, da venti anni sta andando in rovina.
La pizzeria di un boss della ‘ndrangheta infiltrato a Lecco, nel cuore produttivo del Nord Italia, è chiusa da 24 anni.

Ci sono altre decine di storie simili: nonostante gli sforzi, lo Stato non riesce a gestire tutta la ricchezza - frutto di attività illegali - che negli anni è stata sottratta alla criminalità organizzata. Dal 1982 a oggi, sono stati sequestrati e confiscati 27.000 beni: ville, cascine, castelli, alberghi, cliniche, supermercati, stabilimenti balneari, auto di lusso. Di questi solo 11.000 sono stati riconsegnati alla comunità. Un patrimonio dal valore incalcolabile che si deteriora ogni giorno di più.

È una sconfitta, 34 anni dopo la prima legge che porta il nome di Pio La Torre, politico siciliano, esponente del Partito comunista, assassinato dalla mafia proprio a causa del suo impegno per la riconquista dei patrimoni dei boss. Vent'anni fa, nel 1996, una seconda legge - chiesta da un milione di italiani e promossa dall’associazione Libera - stabilì le regole sul riuso sociale dei beni confiscati. E grazie a questa mobilitazione ci sono anche storie di riscatto e buoni esempi di riutilizzo virtuoso. In Calabria, a Goia Tauro, i migranti strappati al caporalato ora lavorano nel campo confiscato ai clan. I lavoratori del Grand Hotel Gianicolo a Roma dopo il sequestro dell’albergo sono stati finalmente messi in regola.

Ma ancora oggi, come dimostrano gli esempi citati all'inizio, la legge fatica a essere applicata e a dare i suoi frutti. Perché? Di chi sono le responsabilità? Cosa si può fare nell’immediato? Servono nuove leggi? Come possiamo trasformare in un bene collettivo i proventi di traffico di armi e droga, di estorsioni, riciclaggio? L’inchiesta dell’Istituto di formazione per il giornalismo dell'università di Urbino e dei quotidiani locali del Gruppo Espresso cerca di rispondere a queste domande.

Il punto di partenza - e di arrivo - è il lavoro di Confiscati Bene, una comunità di giornalisti e cittadini nata attorno alla passione per gli open data e per la trasparenza della pubblica amministrazione. Confiscati Bene è un progetto partecipativo che si alimenta grazie all’impegno di tutti: ha l'obiettivo di catalogare tutti i beni sottratti alla criminalità in Italia e in Europa . È aperto ai cittadini, con uno spazio online dove raccogliere nuovi dati, scambiarsi informazioni sui beni abbandonati, segnalare casi di buona o cattiva gestione, proporre progetti per il riutilizzo. E consente un monitoraggio costante del fenomeno, affiancando, integrando e in parte sostituendo l'attività istituzionale dell'Agenzia dei ben confiscati. Questa è la scommessa partita nel 2014 che ha portato alla creazione di un database, liberamente scaricabile, di tutte le proprietà sequestrate alla mafia e censite dall'Agenzia. Il database alimenta una mappa, in continuo aggiornamento: nel marzo 2016 è stato fotografato l'ultimo censimento dei beni, con una panoramica nazionale e una serie di focus regionali.

“Riprendiamoli”, la mappa con le storie dei beni confiscati alla mafia in Italia (view map)
“Riprendiamoli”, la mappa con le storie dei beni confiscati alla mafia in Italia



Nel 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nella sua ultima intervista prima di essere ucciso dalla mafia, punta il dito contro la grande ricchezza accumulata dai criminali in tutta Italia: “La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali".
La caccia ai patrimoni diventa il tallone d’Achille dei mafiosi.

Nel 2007, il malavitoso Franco Inzerillo si lamenta con i nipoti, durante il colloquio nel carcere di Torino: “Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è. Qua c’è solo da andare via, e basta”.

Colpire dritto al patrimonio, ai “piccioli”, come diceva La Torre: così si combattono le cosche. Ma la strada del riutilizzo dei beni confiscati è piena di ostacoli. Due esempi per tutti. In Sicilia è finita sotto accusa il magistrato palermitano Silvana Saguto: sarebbe stata in combutta con l’amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara che, in cambio della gestione di grandi aziende confiscate faceva lavorare come consulente il marito del giudice. A Licata, in provincia di Agrigento, solo dopo la denuncia degli attivisti di “A testa alta” sono stati pubblicati sul sito del Comune tutti i beni confiscati sul territorio, così come previsto dalla legge.

Le attività mafiose, come previsto dal generale dalla Chiesa si sono allargate in tutta Italia. In modo così massiccio che l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati fa fatica a reggere il passo con le confische. Basti pensare alla inchiesta Aemilia, in Emilia Romagna, il più grande processo contro le cosche al Nord con 1200 testimoni e, finora, 200 arrestati tra politici e imprenditori locali. O a Brescello, il comune emiliano famoso per i film di don Camillo e Peppone ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi, commissariato per i legami tra amministratori e clan della ‘ndrangheta.

“Per tutto il lavoro che c’è mi servirebbe un organico triplicato, almeno 300 persone”, sentenzia il direttore Umberto Postiglione. Tra i beni da gestire, Postiglione si ritrova anche trenta Ferrari. L’idea: un accordo con Maranello per rimettere le auto a nuovo e facilitarne così la vendita all’asta. I proventi andranno al fondo per i familiari delle vittime di mafia.

I murales dedicati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino a Carpi
La mappa

Mafie, la marcia verso Nord

“Brescello visto da destra è il paese di Don Camillo, visto da sinistra è il paese di Peppone”, recitava la voce fuori campo del film "Il compagno don Camillo", prodotto nel 1965 e diretto da Luigi Comencini. Don Camillo e PepponeOra Brescello è il primo Comune in Emilia Romagna sciolto per mafia. La decisione arriva nell'aprile del 2016 dal Consiglio dei ministri: Brescello, in provincia di Reggio-Emilia è stato per molto tempo luogo di contatto tra amministrazione locale e 'ndrangheta e va commissariato per 18 mesi. La prima denuncia era arrivata nel settembre del 2014 quando un video della tv locale, Cortocircuito, mandò in onda l'intervista a Marcello Coffrini durante la quale l'ex sindaco non solo mostrava familiarità con il condannato per associazione mafiosa Francesco Grande Aracri (colpito da sequestri preventivi per circa 5 milioni di euro) ma spendeva anche parole benevole verso il boss. Adesso a Brescello poco è rimasto di quel piccolo mondo in bianco e nero disegnato da Giovannino Guareschi, dove don Camillo e Peppone (nella foto a sinistra) si fronteggiavano sempre senza farsi mai la guerra per davvero. Ma la vicenda del Comune reggiano è solo uno dei risvolti dell'inchiesta giudiziaria Aemilia, il processo più grande mai tenuto al nord contro la mafia. I contatti tra i clan malavitosi hanno intessuto una fitta rete di affari e favori lontano da quelle considerate le terre d'elezione: Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. La mappa dei beni confiscati, realizzata dal team di Confiscati Bene con i dati, aggiornati al 31 dicembre 2015, dell'Agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia mostrano una migrazione delle infiltrazioni criminali nelle terre un tempo considerate intoccabili del nord.

Guarda la mappa dei beni confiscati, realizzata dal team di Confiscati Bene (view map)
La mappa dei beni confiscati, realizzata dal team di Confiscati Bene con i dati, aggiornati al 31 dicembre 2015, dell'Agenzia nazionale dei beni confiscati alla mafia mostrano una migrazione delle infiltrazioni criminali nelle terre un tempo considerate intoccabili del nord.

Le confische al nord. Dopo le cinque regioni del sud, entrano in classifica Lombardia (1.706 beni confiscati), Piemonte (351) ed Emilia-Romagna (304). In questi territori i casolari, i terreni ma soprattutto le aziende confiscate alla mafia raccontano come è cambiata la geografia criminale in Italia. La maggior parte delle confische in Lombardia è concentrata nella provincia di Milano dove sono stati sottratti alla criminalità, fino al 2015, 1.006 beni in totale. Seguono la provincia di Brescia con 156 confische e quella di Monza e Brianza con 115. Spostandosi più a ovest, anche il Piemonte registra numeri alti: nella sola provincia di Torino ci sono 229 beni confiscati.


Nessuno escluso. Ma non bisogna prestare attenzione solo ai numeri delle confische. Un esempio è il Friuli-Venezia Giulia dove si sono spinti gli interessi della mafia siciliana. Il numero dei beni confiscati negli ultimi due anni ha registrato un aumento del 121%: si è passati da 19 confische a fine 2013 a 43 a dicembre del 2015. Le cifre non sono altissime ma, secondo il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate, "in Friuli Venezia Giulia ci sono insediamenti di imprese e aziende che sarebbero riconducibili a personaggi legati alla mafia siciliana". L'analisi del giornalista è confermata dalla confisca di 81 beni immobili, 4 società, un autoveicolo e un’imbarcazione appartenute a Camillo, Massimiliano e Roberto Graziano, imprenditori friulani legati alle cosche Madonia e Galatolo, componenti dell’ala stragista di Cosa nostra. Nel libro “Passaggio al nord”, il presidente onorario di Libera, Nando dalla Chiesa, parla di “colonizzazione progressiva” della mafia nelle regioni settentrionali in Italia, soprattutto la ‘ndrangheta. Nessun investimento in borsa o in finanza: “la mafia in Lombardia e in Piemonte conquista territori, parte dal basso, dal movimento terra o dalle cooperative di pulizia”, chiarisce dalla Chiesa.



Aemilia, processo ‘spartiacque’. "Terra di mafia". Così è stata definita l'Emilia-Romagna dalla Dna, la direzione nazionale antimafia, sfatando il mito di una regione assolutamente al riparo dalle infiltrazioni mafiose. "Un termine che può sembrare eccessivo solo a quelli che si ostinano a non credere all'evidenza", racconta Giovanni Tizian, giornalista dell'Espresso.

L'aula speciale del processo Aemilia a Reggio Emilia

Tizian vive sotto scorta dal 2011 per aver denunciato i giri d'affari milionari del gioco d'azzardo a Modena e per aver fatto il nome di Nicola Femia, imprenditore già pregiudicato e vicino alla 'ndrangheta. La storia di Tizian è legata a doppio filo alla Calabria: nel 1989, il padre Peppe venne ucciso a colpi di lupara mentre rientrava a casa, a Locri. Non si fece mai chiarezza sulle dinamiche di quella sera. Le carte del processo Aemilia e, prima gli articoli di Tizian per la Gazzetta di Modena parlano di un territorio impoverito dalle infiltrazioni mafiose, dove a muovere le pedine della politica, degli appalti, delle aziende e delle nomine sono più di mille persone. Il settore delle costruzioni è sicuramente quello preferito dai malavitosi. Seguono quello della ristorazione e del turismo, tutti fiori all'occhiello della regione Emilia-Romagna. Il settore del mattone è quello dove l'economia criminale ha investito maggiormente. E la storia della ditta Bianchini di San Felice sul Panaro una delle aziende coinvolte nella ricostruzione del terremoto del 2012, ne è l'esempio. I Bianchini, grazie a un giro di mazzette e di contatti con Michele Bolognino, reggiano e oggi considerato dagli inquirenti uno degli organizzatori delle cosche cutresi dei Grandi Aracri, sono riusciti ad entrare nella white list, la lista di aziende estranee alla mafia e individuate per la ricostruzione post terremoto che, nel maggio del 2012, distrusse casolari, aziende e interi paesi dell'Emilia-Romagna.

L'inchiesta Aemilia è stata un vero momento spartiacque: con oltre 200 imputati e più di mille testimoni per il processo ordinario, la quantità di dati e di informazioni sulla mafia locale è enorme. Nessun imprenditore, nessun sindaco o assessore potrà più dire "non sapevo chi fosse quella persona". E nei mesi che seguono il blitz dell'antimafia, l'Emilia-Romagna deve fare i conti con un altro problema: essere impreparati a gestire una quantità di beni confiscati in crescita che, solo dopo la fine del rito abbreviato, potrebbe superare le 350 unità.

L’inchiesta Aemilia è il processo più grande mai tenuto al nord contro la mafia: oltre duecento imputati e più di mille testimoni


Servono più investimenti e risorse anche per mappare i beni confiscati. Nel frattempo sono arrivati in aiuto i giovani universitari del laboratorio di Data Journalism dell'Alma Mater di Bologna. I quindici studenti, in sei settimane di ricerche, decine di email inviate, analisi dei dati e ricerca di notizie di cronaca, hanno fotografato uno scenario poco confortante: con oltre 300 beni sottratti alla criminalità solo 38 sono stati assegnati. La nuova vita dei beni confiscati, in Emilia-Romagna, è ancora un miraggio.

La mafia in Lombardia. Superato il fiume Po, la mafia si è diretta più al nord, verso Piemonte e Lombardia. Secondo il report "Mafie e corruzione a Milano", stilato da Libera, i primi ingenti investimenti di denaro sporco risalgono agli anni '60, quando molti uomini e donne del sud hanno lasciato i loro comuni e si sono diretti verso l'industrializzato nord. Ma con le loro valigie di cartone, si sono spostati anche gli esponenti di clan mafiosi che hanno trovato in quelle aree di grande sviluppo economico un terreno fertile per piantare il seme dell'illegalità. "Un ruolo decisivo fu giocato anche dai cittadini nati e cresciuti in loco e divenuti complici del malaffare per scelta criminale", si legge nel dossier di Libera.

In Lombardia, il bene più grande sottratto alla criminalità organizzata è "Casa Chiaravalle", una cascina confiscata alla mafia nel 2012. Dopo la decisione del tribunale e l'affidamento della struttura al Comune di Milano, l'immobile con i suoi 1.600 metri quadrati viene gestita da un gruppo di organizzazioni (Chico Mendes, Arci, Consorzio SIS e La Strada onlus) che ospiterà le famiglie dell'hinterland milanese che non hanno una casa in cui vivere.

La barca del boss destinata dall'Agenzia all'associazione napoletana Asgam: ora la usano i ragazzi disabili
L’AGENZIA

Il quartier generale di via Ezio

Nell’inventario dei beni confiscati ci sono serigrafie di Andy Warhol, tele di Renato Guttuso. Anche pitoni, koala, pappagalli. E una tigre

Roma, quartiere Prati. Al primo piano di via Ezio 12 c’è l’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati. Sul citofono è scritto solo l’acronimo: Anbsc. Nessuna targa ricorda che l’appartamento un tempo apparteneva a Matilde Ciarlante, imprenditrice legata alla banda della Magliana. Su venti persone intervistate davanti al palazzo, nessuna ha idea che lì c’era il salone di bellezza dei boss e che ora invece è di casa lo Stato.



“Siamo qui da due anni, abbiamo mandato via un avvocato che occupava l’immobile abusivamente”, dice il direttore dell’agenzia Umberto Postiglione. Un trasloco che ha smorzato le polemiche: prima infatti l’agenzia era a via dei Prefetti dove pagava 25.000 euro di affitto al mese proprio a Roma, città con più di 500 immobili sottratti alla malavita.
L’agenzia nasce nel 2010, accolta con entusiasmo dagli addetti ai lavori che da anni chiedevano un ente ad hoc che sbrigliasse i grovigli dentro cui troppo spesso restavano impigliati i beni. Prima di allora la competenza era del demanio. Il 16 marzo 2010 il ministro dell’Interno leghista Roberto Maroni saluta così il nuovo soggetto pubblico: “Inauguriamo oggi l’agenzia che dovrà gestire l’immenso patrimonio che abbiamo sequestrato ai mafiosi".

La sede principale è a Reggio Calabria: viene scelta perché nel sud più si concentrano le confische. È anche una risposta simbolica dello Stato all’ordigno esploso davanti alla Procura di Reggio soltanto due mesi prima. Ma la geografia delle confische cambia rapidamente, la criminalità organizzata avanza al centro e al nord, e il consiglio direttivo si riunisce sempre più spesso a Roma, meta non facile da raggiungere da Reggio Calabria. “Oggi, per esempio, ho una riunione con i rappresentanti dell’Anci, qui a Roma”, dice Postiglione mentre entra nella sala riunioni. Sulla parete di sinistra, vicino alla finestra, c’è una foto che ritrae i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone uccisi dalla mafia. Sorridono ad Antonino Caponnetto, il magistrato che ha guidato il pool antimafia dal 1984 al 1990.
La foto di Borsellino, Falcone e Caponnetto nella sede dell'Agenzia

Il ruolo dell’Agenzia. Nell’appartamento romano di via Ezio e nelle sedi di Reggio Calabria, Milano, Napoli, Palermo lavorano cento persone. Arrivano dalla pubblica amministrazione. Inizialmente erano solo trenta. Il loro compito, secondo il codice delle leggi antimafia, è di amministrare e destinare i beni sequestrati e confiscati dopo la confisca definitiva, ma anche aiutare l'amministratore giudiziario sotto la direzione dell'autorità giudiziaria in fase di sequestro fino alla confisca di primo grado, dopo la quale assumono la gestione diretta degli stessi beni.
Devono anche monitorare l’effettivo uso sociale del bene destinato. In caso di cattiva gestione, devono revocarne l’assegnazione. Hanno a che fare con beni mobili, immobili e aziendali. I soldi mafiosi vanno dritti nel fondo unico di giustizia (Fug), ma il resto è tutto nelle loro mani. Trattano quotidianamente con tribunali, avvocature di stato, enti locali, aziende. Ci sono posti di lavoro da salvare, palazzi da non far cadere a pezzi, terreni da far fruttare, auto di lusso da vendere all’asta. Bisogna mediare con le banche per le ipoteche che pendono sugli immobili, parlare con i familiari dei boss che non vogliono lasciare le case. Secondo la relazione annuale della direzione nazionale antimafia presentata da Franco Roberti al parlamento nel 2015, in centro Italia su 1.038 immobili, 155 sono abitati dall’imputato o da un parente, numero che sale a 209 al nord su un totale di 1.301 appartamenti confiscati.

I numeri mancanti. Sul sito dell’Anbsc è scritto: “La creazione dell'Agenzia ha come elemento innovativo il tentativo di introdurre un'amministrazione dinamica dei patrimoni”. A sei anni dalla nascita però i numeri non testimoniano questo dinamismo. Primo fra tutti c’è lo scarto tra i beni confiscati e quelli destinati: 23.000 contro 11.000. Postiglione difende l’operato della sua squadra: “Nel 2015 siamo riusciti ad assegnare 3.842 beni confiscati moltiplicando per dieci i risultati medi degli anni precedenti. Facciamo quello che possiamo rispetto alle nostre forze. Sono stato nominato il 18 giugno del 2014 e ho cercato di portare il personale al massimo consentito dalla legge che è di 100 persone. Ma avrei bisogno di almeno 300 persone”.
Altro nodo è la raccolta dei dati, compito specifico dell’Agenzia così come previsto dal codice antimafia. Sul sito dell’Anbsc gli ultimi numeri risalgono a settembre 2015. “A noi i dati arrivano dai tribunali, dal ministero della Giustizia. Se non ce li danno di nuovi non possiamo aggiornarli”, afferma il direttore. Nel 2014 è stato collaudato Regio, il database per cui il Programma operativo nazionale sicurezza ha stanziato oltre 7 milioni di euro, ma è uno strumento rivolto solo agli operatori del settore. Il comune cittadino che naviga sul sito web dell’agenzia trova poche informazioni su immobili e imprese. Se volesse sapere che fine ha fatto, per esempio, la palestra del suo quartiere confiscata al boss della ’ndrangheta non troverebbe nessuna notizia.

A quanto ammonta il valore delle confische? Secondo Postiglione questa domanda non può avere una risposta: “Come si fa ad attribuire un valore a una impresa che appartiene a un boss che fattura perché opera nella illegalità? O a un palazzo che nessuno vorrebbe comprare per paura di ritorsioni”. Eppure Giuseppe Caruso, direttore dell’agenzia prima di Postiglione, nel 2014, in una relazione alla commissione parlamentare antimafia, ha indicato la cifra di 30 miliardi. "Basti pensare", ha aggiunto "che un'azienda del gruppo Aiello, l'ingegnere che teneva la cassaforte di Bernardo Provenzano, è valutata da sola 800 milioni di euro". Fa una stima anche la Direzione investigativa antimafia che analizza i procedimenti di sua competenza: il patrimonio confiscato dal 1992 al 2015 ha un valore di 7.640.797.611 euro così suddivisi: 4.453.526.359 a Cosa nostra, 1.347.262.215 alla camorra, 1.416.022.188 alla ‘ndrangheta, 137.657.255 alle cosche pugliesi, 286.329.594 ad altri sodalizi malavitosi. Si tratta di un tesoro fatto di ville affrescate, alberghi con vista su San Pietro, imprese di trasporti, discoteche, cascine, pizzerie, cliniche, collane, orologi, pezzi di antiquariato, opere d’arte. Nell’inventario ci sono serigrafie di Andy Warhol, tele di Renato Guttuso. Anche barche: una ora è all’istituto nautico di Vibo Valentia, un’altra è stata affidata all’associazione napoletana Asgam che lavora con i ragazzi disabili. Nella lista ci sono anche animali. Pitoni, cavalli, koala, pappagalli, pecore. E una tigre.



All’agenzia servirebbe del personale qualificato e dalle diverse competenze. Ad oggi il direttore è scelto tra i prefetti e nel consiglio direttivo siede un rappresentante del ministero della Giustizia, un magistrato delegato dal procuratore nazionale antimafia, due esperti in materia di gestioni aziendali e patrimoniali. Antonello Montante, presidente di Confindustria Sicilia, è stato una meteora: entrato nel direttivo il 20 gennaio 2015 si è auto-sospeso un mese dopo. Il motivo? Il suo coinvolgimento in un’inchiesta della procura di Caltanissetta per presunto concorso esterno a Cosa nostra.

La strage di via D'Amelio del 1992
Le leggi

La battaglia di Pio La Torre

Il generale dalla Chiesa nella sua ultima intervista: il comunista Pio La Torre fu ucciso “per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge”

Sono le 9,25 del 30 aprile 1982. I sicari hanno il viso coperto dal casco e sono armati di mitragliette. In via Turba, nel centro di Palermo, una Honda di grande cilindrata taglia la strada alla Fiat 131 con a bordo il segretario del partito comunista siciliano Pio La Torre (nella foto a sinistra), 54 anni, e il suo compagno di partito Rosario Di Salvo, 35 anni. La 131 si blocca, viene affiancata da una Fiat Ritmo verde. Parte il fuoco. La Torre muore sul colpo. Di Salvo spara cinque pallottole con la sua calibro 38 prima di essere colpito e ucciso.
Pio La Torre Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo rinviano a giudizio, per il duplice omicidio, nove boss aderenti alla Cupola di Cosa Nostra. E nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, racconta ai giudici perché La Torre fu ucciso: l’omicidio sarebbe stato deciso dal capo dei corleonesi Totò Riina per cercare di bloccare la proposta di legge di La Torre sulla confisca dei beni dei mafiosi. La Torre, con la sua proposta alla quale lavorava da tempo, voleva colpire le organizzazioni mafiose al cuore, privandole del loro patrimonio, togliendogli immobili e aziende frutto delle attività criminose. Diceva La Torre: “Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto e i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”.

Sindacalista, figlio di un palermitano e di una lucana, La Torre viene eletto alla Camera dei deputati nel maggio del 1972 ed entra a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. È il primo firmatario della relazione di minoranza che mette in luce i legami tra la mafia e importanti uomini politici della Democrazia Cristiana come Giovanni Gioia, Vito Ciancimino, Salvo Lima. Insieme alla relazione, lavora a quella proposta di legge per cui sarà ucciso: “Disposizioni contro la mafia” che apre la porta a un nuovo articolo nel codice penale: il 416 bis che sanziona l’associazione mafiosa in quanto tale e ne colpisce i “piccioli”. La Torre non fa in tempo a vederlo diventare realtà: viene ammazzato prima.

“Generale, perché fu ucciso il comunista Pio La Torre?”. Il 10 agosto 1982, nell’ultima intervista prima della sua uccisione, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo, risponde così a Giorgio Bocca: “Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua ultima proposta di legge”. Aggiunge dalla Chiesa: “La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi o commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa conoscere questa 'accumulazione primitiva' del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere".

L'intervista a dalla Chiesa pubblicata su Repubblica il 10 agosto 1982


Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa viene ucciso insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente di scorta Domenico Russo il 3 settembre 1982, a Palermo, in via Carini.
La legge Rognoni-La Torre. Dieci giorni dopo la strage di via Carini, il 13 settembre 1982, il parlamento approva la legge Rognoni-La Torre, con il suo 416 bis. È una rivoluzione nella lotta contro la criminalità organizzata: per la prima volta in Italia si introduce il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei patrimoni. L'articolo recita: “Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego”. La grande sfida ai patrimoni della mafia immaginata da La Torre è iniziata. Ed è una prima, grande vittoria.


La strage di Capaci

Dieci anni dopo, ancora orrore. Il 23 maggio del 1992 Cosa Nostra uccide il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. La strage è a Capaci, a pochi chilometri da Palermo. Il 19 luglio, sempre a Palermo, in via d’Amelio, vengono uccisi il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. I cittadini provano a reagire. Nasce un movimento dal basso che vuole contrastare la malavita, partendo dalla legalità. L'idea è di aggiungere un tassello al 416 bis: non basta fermarsi al sequestro, bisogna che i beni confiscati tornino ai cittadini. È una vasta mobilitazione sociale guidata dall'associazione Libera, fondata da don Luigi Ciotti. Vengono raccolte oltre un milione di firme per proporre una legge di iniziativa popolare sul riuso sociale dei beni. Firmano sindacalisti, imprenditori, giornalisti, studenti, insegnanti, casalinghe, pensionati, commercianti. Il 30 giugno del 1995 don Ciotti pubblica un articolo su una quarantina di testate nazionali e locali dal titolo: "Utilizziamo a fini sociali i beni confiscati ai clan". Insiste sul valore simbolico e operativo della proposta: "Il potere mafioso si esprime e riproduce non tanto per via militare quanto attraverso il controllo del territorio, il rapporto di scambio e complicità con uomini, e talvolta settori della Stato e della politica, con l'infiltrazione del tessuto economico e produttivo legale. Per questo indebolire economicamente la grande criminalità è decisivo: una mafia povera è una mafia non più capace di procurarsi consensi, complicità e impunità".

La legge 109/96. Il testo normativo viene scritto dal deputato Giuseppe Di Lello, ex magistrato del pool antimafia di Palermo. La legge n.109 viene approvata il 7 marzo 1996 in tempi da record e a legislatura praticamente finita. Il testo ha subìto delle modifiche - prima fra tutte l’eliminazione della parte dedicata all’uso sociale dei beni confiscati ai corrotti - ma il risultato è comunque un successo. L'Italia ha il suo fiore all’occhiello, un unicum giuridico nel panorama internazionale: i beni confiscati alle cosche possono rimanere nel patrimonio dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile, oppure essere trasferiti ai Comuni per finalità istituzionali o sociali.

Case, terreni, palazzi interi vengono assegnati alla comunità per diventare centri di recupero per tossicodipendenti, associazioni per bambini autistici, alloggi per giovani madri. Nel Corleonese, il giardino dove il piccolo Giuseppe di Matteo è stato sciolto nell'acido è un luogo della memoria dove passeggiano gli studenti.

Don Ciotti: il cammino è ancora lungo. Venti anni dopo la nuova legge, c’è ancora molto da fare per non sprecare questo patrimonio che vale una manovra di Governo. Don Ciotti ricorda quel milione di firme raccolte: “Abbiamo portato avanti il sogno di Pio La Torre perché la lotta alla mafia non è solo un problema della magistratura e della polizia ma c’è anche una responsabilità che ci chiama in gioco come cittadini”.



Poi elenca quelle novità contenute nel disegno di legge in esame ora al Senato che riforma il codice antimafia e i beni confiscati: “La rotazione degli amministratori giudiziari, la ristrutturazione dell’Agenzia, la confisca per i corrotti: ci sono diversi passaggi che migliorano e che permetterebbero un balzo in avanti grazie al lavoro di molti”. Una riforma che don Ciotti spera possa mettere fine a quello che definisce “la grande frana, il grande vuoto”: quel 92% di aziende confiscate alla malavita che una volta tornate allo Stato fallisce.

LE AZIENDE

Muoiono nove imprese su dieci

La pizza è alla napoletana, con il bordo alto. A fare da sfondo c’è la cupola di San Pietro. Il mix dovrebbe essere vincente, eppure la pizzeria Frijenno Magnanno, a Roma, ha perso in un solo anno 450.000 euro di ricavi. Finché la gestione della società era sotto il clan Contini, il locale macinava utili. Ma da quando è subentrato lo Stato, nel 2014, i proventi sono diventati perdite.
Quello della Frijenno Magnanno è un classico esempio di azienda confiscata che paga sulla propria pelle il costo della legalità. Nove aziende su dieci tolte alla mafia chiudono. L’agenzia dei beni confiscati, secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2015, ne ha in gestione 1.279. Molte sono scatole vuote: una scrivania con un solo dipendente. Il più delle volte sono attività nate senza nessuna vocazione di profitto ma solo con l’intento di riciclare il denaro e controllare il territorio. Sono realtà spesso piccole che la criminalità organizzata fa sopravvivere sul mercato truccando appalti, minacciando la concorrenza, imponendo i suoi prodotti, e pagando in nero i lavoratori. Non a caso sono attive in settori a forte concorrenza come costruzioni, commercio al dettaglio e ristorazione. Da qualche anno, specialmente al sud, i clan stanno investendo in pale eoliche attratti dai soldi dei fondi europei. Altro business in Sicilia è quello dei pascoli. I boss hanno messo le mani su migliaia di ettari di terreno pubblico per accaparrarsi i contributi milionari dell’Unione Europea. Il 17 maggio Giuseppe Antoci, presidente del parco dei Nebrodi, è sfuggito a un agguato mafioso dopo aver revocato delle concessioni dell’area naturalistica.

La liquidazione delle imprese può arrivare anche dopo 15 anni dalla confisca definitiva. Nell’attesa strutture e impianti vanno in malora
Il caso Calcestruzzi Ericina. Malgrado la loro origine, ci sono aziende che dopo il sequestro potrebbero reggere l’urto della legalità ma che invece vengono stroncate dalla troppa burocrazia e da una cattiva gestione manageriale. È una sconfitta per tutti: per lo Stato che non riscuote le tasse e non rende produttivo il bene, e soprattutto per i lavoratori che perdono il posto. Oltretutto è un insuccesso che si consuma lentamente. Calcestruzzi Ericina Secondo un dossier del centro di ricerca sulla criminalità transnazionale dell'Università Cattolica di Milano, Transcrime, in media la liquidazione arriva dopo tre anni dalla confisca definitiva, ma in alcuni casi ne passano anche 15 di anni. Risultato? I lavoratori aspettano impotenti mentre strutture e impianti vanno in malora. Alcuni si trovano a rimpiangere la vecchia gestione criminale. Altri si rimboccano le maniche e provano a intervenire in prima persona. È il caso della Libera Calcestruzzi Ericina, impresa edile siciliana con tre stabilimenti, uno a Trapani, uno a Valderice, uno a Favignana. L’azienda del boss Vincenzo Virga, intermediario tra Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, viene confiscata nel 2000. All’arresto di Virga, nel 2001, le commesse subiscono un crollo: dietro c’è la volontà della mafia di affossare la ditta per poi ricomprarla a prezzi stracciati. L’azienda è a un passo dal fallimento. Francesco Pace, successore di Virga, è pronto ad aggiudicarsi il bene all’asta tramite un prestanome. Ma sei lavoratori della Calcestruzzi gli mettono il bastone fra le ruote. Hanno l’idea di formare un’associazione per poi poter guidare loro la ditta. Nel frattempo il prefetto Fulvio Sodano li aiuta a ottenere commesse. Nel 2005 arriva la commessa più importante della storia di Ericina: 4 milioni di euro per l’America’s Cup. È un’occasione da non perdere. Ma gli impianti sono da ristrutturare, bisogna rispettare le norme di sicurezza, e non ci sono più soldi. La Calcestruzzi partecipa al bando della regione Sicilia e si aggiudica un finanziamento da 1.200.000 euro. Unipol le concede un mutuo e il resto lo mette l’Immobiliare Strasburgo Srl, azienda confiscata che diventa sua socia. Nel marzo 2008 la cooperativa Calcestruzzo Ericina Libera è realtà e dal 2011 inizia a gestire ufficialmente il bene. A oggi l’azienda continua a lavorare e si è specializzata nel riciclaggio degli inerti: recupera materiali destinati alla discarica e li trasforma in risorsa (nella foto a sinistra). La ricerca Icaro. L’esempio virtuoso della Calcestruzzi Ericina resta però una mosca bianca. “Ci sono troppi fallimenti non necessari frutto di una catena di errori: inerzie della burocrazia, sbagli di valutazione”, dice il sociologo Nando dalla Chiesa, figlio del generale Carlo Alberto, all’università di Milano, durante la presentazione di Icaro, ricerca sulle aziende confiscate alla mafia. Lo studio prende in esame dieci casi in tutta Italia. C’è, per esempio, il bar Italia a Torino. Sequestrato al boss della ‘ndrangheta Salvatore Catalano nel 2011, è stato affidato alla Cooperativa Nanà. Caffè, cappuccini, brioches: il locale simbolo della lotta alla mafia si trova a pochi passi dall’ospedale di San Luigi e il lavoro non manca. Tra i clienti c’è pure Gian Carlo Caselli, procuratore a Palermo dal 1993 al 1999. Ma a dicembre 2015, con la confisca definitiva, la cooperativa Nanà deve lasciare la gestione, così come prevede la legge. Ora si attende un bando pubblico che riassegnerà il bene a fini di utilità sociale. Nel frattempo le serrande restano sprangate.

A Cesena ha chiuso i battenti, in questo caso definitivamente, la ditta di trasporti Sor Nova S.r.l.. Il vecchio titolare è Alfredo ‘don Ciccio’ Ionetti, tesoriere del boss dell’ ‘ndrangheta Pasquale Condello. Il patrimonio stimato è di oltre 50 milioni di euro. Dopo il sequestro, il tribunale di Reggio Calabria nomina due amministratori giudiziari calabresi: i commercialisti Rosario Spinella e Francesco Antonio La Camera. Ricoprono il ruolo dal 2006 al 2008. Ma si scopre che di fatto Spinella lavora per don Ciccio. Tant’è che il commercialista viene condannato a due anni di reclusione. “Quello della Sor Nova – commenta dalla Chiesa – è un insuccesso frutto di responsabilità gestionali condivise e di inefficienza istituzionale, un esempio da prendere in esame per non commettere più simili errori”.



La ricerca Icaro cita tra i casi positivi il Lido Onda Libera. Siamo a Scanzano Jonico, mare cristallino vicino a Matera, in quella Basilicata considerata fino a pochi anni fa lontano anni luce dalle vicine cosche pugliesi e calabresi. Qui c’è lo stabilimento Squalo beach. Lo gestisce la famiglia Scarci legata, secondo gli inquirenti, alla criminalità organizzata tarantina da tempo insediata nella zona del Metaponto. I boss arrivano via mare per incontrarsi su questa spiaggia. Nel 2011 scatta l’operazione Octopus e il lido viene sequestrato. La mattina dopo non ci sono più lettini, ombrelloni, sdraio, nemmeno il pedalò: è stato rubato tutto, via mare, nella notte. Finita la stagione estiva, c’è la necessità di smantellare le cabine e il chiosco. Il Comune mette a disposizione un deposito ma nessuno si offre per spostare i beni degli Scarci, hanno tutti paura. Alla fine interviene la guardia forestale. Dall’anno scorso lo stabilimento è gestito dalla cooperativa sociale Onda Libera che è riuscita ad affrontare la stagione grazie all’aiuto della Banca Etica, unico istituto ad avergli concesso un prestito. Ora l’associazione vorrebbe mettere a norma l’accesso alla spiaggia. C’è bisogno di passarelle nuove, adatte ad anziani e disabili. Un altro costo della legalità. Conti alla mano, ci vogliono 5 mila euro. La cooperativa si appella ai cittadini e sulla piattaforma Eppela lancia la campagna di finanziamento diffuso. E parte la colletta del bene confiscato.
Il crowdfunding dura un mese ma l’obiettivo non viene centrato: vengono raccolti solo 1.160 euro.





LA BUROCRAZIA

Dalla confisca alla gestione

Non esistono leggi che regolamentino la disputa tra banche ed enti locali per risolvere il problema delle ipoteche sugli immobili

Dare nuova vita a un bene confiscato alla mafia è un processo lungo. Non solo perché è necessario passare molte fasi, ma soprattutto perché ritardi e lentezze di ogni tipo, specialmente quelle burocratiche, allungano i tempi del passaggio tra sequestro, confisca e destinazione del bene. Secondo l’associazione Libera, ci vogliono mediamente tra gli otto e i dieci anni per far “rivivere” il bene, ma ci sono dei casi come quello della ex pizzeria “Wall Street” di Lecco, il bunker castello del boss della ‘ndrangheta Franco Coco Trovato, che dopo 24 anni è ancora chiusa. Colpa degli intoppi e della lentezza della burocrazia, ma anche di progetti iniziati e mai portati a termine e di enti che si tirano indietro quando bisogna fare il passo decisivo.

L'ex pizzeria Wall Street - Foto di Libera - Lecco

Proprio per snellire le pratiche, nel 2010 è stata creata l’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ma un’unica organizzazione, da sola, in sei anni, non è riuscita a sfoltire pile e pile di fascicoli accatastati. E i tempi continuano a essere lunghi. Esistono due percorsi diversi per arrivare alla confisca dei beni. Quello più lungo che inizia con le misure di prevenzione, cioè col sequestro. E l’altro che riguarda esclusivamente la condanna e inizia direttamente dalla confisca.

Il sequestro. Se una persona, o la sua famiglia, è sospettata di essere in possesso di beni che vanno oltre il proprio tenore di vita, la Questura, la Direzione investigativa antimafia o la Procura possono fare una proposta di sequestro per i beni di proprietà di quella persona (misure di prevenzione). Se la proposta viene accolta, i beni vengono sequestrati. In questa fase, il prevenuto può far revocare il sequestro soltanto se dimostra in che modo è entrato in possesso dei beni sequestrati.

Se il sequestro non viene revocato, lo Stato nomina un amministratore giudiziario che, affiancato dall’Anbsc e sotto la direzione dell’autorità giudiziaria, gestisce i beni per tutta la durata del processo di confisca fino alla sentenza. Il giudice, alla fine, può prendere due decisioni: revocare il sequestro (e quindi restituire i beni) o confiscare i beni. In caso di accuse particolarmente gravi come quelle dell’articolo 416-bis del codice penale (“Associazione di tipo mafioso”), si salta la parte del sequestro e si va diretti alla confisca di primo grado.

La confisca. Generalmente per confiscare beni alla mafia occorre un altro procedimento, quello penale. Infatti è necessaria la condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 12 sexies del decreto legge 306 del 1992. Una volta emessa la sentenza di confisca, di primo grado e quindi non ancora definitiva, la gestione dei beni passa interamente sotto l’agenzia fino alla confisca definitiva. In questa fase l’amministratore giudiziario diventa collaboratore e viene chiamato coadiutore. Secondo la giurisprudenza, ci si può appellare alla decisione del giudice, seguendo il classico percorso del diritto penale: dopo la sentenza di primo grado, si può fare ricorso alla Corte d’appello. Dopo il secondo grado di giudizio si può ulteriormente fare ricorso in Cassazione, che non dà un giudizio di merito sulla vicenda ma interviene dal punto di vista tecnico. A questo punto il giudizio diventa definitivo. Così come la confisca.

L’assegnazione provvisoria. Durante la fase giudiziaria, è possibile assegnare in via provvisoria i beni sequestrati, in modo da favorire l’immediata disponibilità del bene allo Stato o agli enti locali grazie al Protocollo d’intesa del Tribunale di Roma del 10 marzo 2014. In questo modo, i beni immobili vengono restituiti prima della confisca definitiva.

La destinazione. Con la sentenza definitiva si apre un’altra fase, quella amministrativa, in cui il bene viene destinato formalmente con un decreto di destinazione.

Gli immobili. Per quanto riguarda i beni immobili, ci sono quattro possibili destinazioni, previste dall’articolo 48 e 112 del codice antimafia (decreto legislativo 159/2011): rimangono patrimonio dello Stato, vengono trasferiti nel patrimonio degli enti locali, vengono venduti oppure distrutti o demoliti. Se si tratta di immobili per scopo turistico, “possono essere dati in concessione, a titolo oneroso, a cooperative di giovani di età non superiore a 35 anni”, secondo l’articolo 56 comma 2 del decreto legge numero 5 del 9 febbraio 2012.

Le aziende. Nel caso di beni aziendali, le strade sono tre: vendita, affitto (a titolo oneroso a società o imprese; a titolo gratuito alla cooperativa di lavoratori dipendenti dell’impresa confiscata) o chiusura. Prima della stipula dell’atto di vendita o d’affitto, vengono fatti degli accertamenti per verificare che chi prende in mano l’azienda confiscata non sia legato alla criminalità organizzata.

A volte, nel processo dal sequestro alla destinazione, possono inserirsi le banche perché spesso le società confiscate ipotecano beni immobili in cambio di prestiti e mutui. Non esistono leggi che regolamentino la disputa tra banche ed enti locali per risolvere il problema della ipoteca, così il giudice deve valutare caso per caso. Come è successo a Fano, in provincia di Pesaro-Urbino: nel 2011 il Comune ha chiesto di poter riutilizzare la villa confiscata ad Athos Rosato, il “re delle vongole”, condannato nel 2011 per corruzione. Il problema è che la casa di Rosato era stata ipotecata per ottenere un prestito per la propria azienda, la Ittica Bellocchi Spa. Nel 2012 inizia il braccio di ferro tra Comune e banca: da un lato la volontà dell’amministrazione di riutilizzare l’immobile, dall’altro la necessità per l’istituto di credito di rivalersi sul patrimonio di Rosato per riavere indietro il prestito. Nonostante una sentenza di primo grado abbia dato ragione al Comune, la disputa è ancora aperta. Ci sono storie, invece, in cui il problema dell’ipoteca viene eliminato grazie alla collaborazione tra enti locali e banche. Nel 2010, il comune di Torchiarolo, in provincia di Brindisi, è riuscito a riutilizzare la villa confiscata a Cosimo Antonio Screti, cassiere della Sacra corona unita, oggi Cantina Hiso Telaray-Libera Terra dove si produce lo storico Negramaro pugliese. Grazie all’intervento della regione Puglia, è stato estinto il debito di Screti e la villa è stata riscattata.

I soldi. Quando si parla di confisca di denaro, questo viene versato nel Fondo unico giustizia, gestito interamente da Equitalia. Le risorse possono essere prelevate dagli amministratori giudiziari e usate per la gestione dei beni “nei limiti e con le modalità stabilite dal giudice delegato”.

I beni mobili.
Per i beni mobili, invece, ci sono tre opzioni di destinazione: vendita (stesso iter dei beni aziendali), rottamazione o distruzione (con radiazione del registro pubblico) oppure cessione gratuita e assegnazione alle forze dell’ordine.

Azioni e obbligazioni. Le partecipazioni societarie e i titoli, invece, vengono venduti dopo una valutazione preliminare tramite trattativa privata.

Il monitoraggio. Una volta che i beni vengono destinati, inizia l’ultima fase: il monitoraggio da parte dell’Anbsc. L’agenzia controlla che vengano rispettate le finalità descritte nel decreto di destinazione con l’aiuto dei Nuclei di supporto prefettizi e può revocare i decreti nel caso di mancata destinazione del bene entro un anno, mancato o diverso uso del bene rispetto alle finalità indicate, negli altri casi stabiliti dall’articolo 112, comma 4, lettera h del codice antimafia, come quando il bene ritorna direttamente o indirettamente in mano alla persona a cui è stato confiscato.

L'ingresso a Podere Tufi
I successi

La seconda vita dei beni

Il palazzo a strapiombo sul mare vicino a Palermo era della mafia. Ora chef da tutto il mondo vi insegnano cucina mediterranea

Cupramontana è un paesino in provincia di Ancona, arrampicato sulle colline del Verdicchio. In uno dei poderi alle porte del paese, il Comune ha trasformato i terreni confiscati alla banda della Magliana, l’organizzazione criminale romana nata negli anni ’70, in un orto sociale.


Ecco come è cambiato Podere Tufi. Scorrendo con la tendina, dall’altro verso il basso, si può vedere il vecchio rudere di Nicoletti e la nuova struttura voluta dal Comune e dalla Vivicare

Podere Tufi è uno degli esempi di come un bene confiscato sia tornato nelle mani della comunità. Libera ha analizzato 507 casi di riutilizzo dividendoli per tipo. La maggior parte riguarda interventi integrati (33%), cioè che non snaturano il bene (ad esempio un’azienda agricola confiscata rimane azienda agricola anche dopo la destinazione) e che tengono in considerazione il territorio (nel caso di un’azienda agricola, la produzione dei prodotti tipici locali). I beni possono poi essere riutilizzati per il reinserimento lavorativo (16%), per iniziative dedicate ai minori con disagio (16%) e ai disabili (14%), dedicate ad anziani, migranti, donne vittime di violenza e persone con dipendenze e a scopi didattici (8%).

La fattoria della legalità. Un esempio di bene riutilizzato per scopi didattici è il casale di Isola del Piano, in provincia di Pesaro-Urbino. Immerso nella campagna, c’è una struttura dove Libera, insieme alle scuole della zona, ha creato una fattoria della legalità, per sensibilizzare i ragazzi al tema della lotta alla criminalità organizzata. L’immobile è stato confiscato a Ruggero Cantoni, capo di un’organizzazione criminale nella provincia di Lecco.


La fattoria della legalità

La scuola di cucina. Un bene confiscato può diventare anche un punto di incontro tra didattica e mondo del lavoro. E la scuola internazionale di cucina del mediterraneo di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, ne è un esempio. Il progetto è nato da un’idea di Cambio Rotta, associazione che si trova nell’ex villino Geraci, bene confiscato alla mafia, sul lungomare di Altavilla, a strampiombo sul mare, dove oggi c’è un ristorante che prepara esclusivamente piatti della cucina mediterranea. La scuola segue questa direzione ma non si limita soltanto all’insegnamento, punta a creare professionisti specializzati attraverso corsi e workshop con i migliori chef internazionali per imparare le ricette della tradizione italiana, tunisina, portoghese, egiziana, marocchina e spagnola.

I braccianti africani. A Polistena, nella piana di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, dove un tempo c’erano le mani dei clan Piromalli, Molè e Pesce, oggi ci sono le cooperative e Libera, aiutate dai braccianti africani di Senegal, Mali e Burkina Faso strappati al caporalato. E insieme coltivano i terreni della piana (nella foto a sinistra). Oltre ai terreni, c’è anche una struttura di sei piani che oggi funziona da centro polivalente: è un ostello della gioventù, dà spazio a un ambulatorio di Emergency ed è un punto di riferimento per l’imprenditoria sociale. È il simbolo della ‘ndrangheta che non si limita agli appalti e alla droga ma che “investe” anche nell’agricoltura: ci sono state organizzazioni che, grazie ai fondi europei, hanno intascato “4.500 euro a ettaro per poi sparire”, spiega Domenico Fazzari di coop Valle del Marro.

Il Grand Hotel Gianicolo. Un grand hotel a quattro stelle sorge lungo le mura gianicolensi, in uno dei punti panoramici più belli della capitale: dal Grand Hotel Gianicolo è possibile vedere tutta Roma.
Il Grand Hotel Gianicolo - Roma

Nel 2013, quando l’albergo di lusso è stato sequestrato alla famiglia Mattiani, calabrese d’origine e affiliata alla ‘ndrangheta della capitale, circa 15 dipendenti lavoravano in nero. Ma il Grand Hotel Gianicolo è riuscito a sopravvivere alla liquidazione e ad assumere anche tutti i vecchi dipendenti con un contratto a tempo indeterminato.

La caserma nel covo di Riina. Spesso i beni confiscati vengono destinati ai Comuni, ma a volte rimangono a disposizione dello Stato. In questi casi le strutture possono andare alle forze dell’ordine, come la villa palermitana di Totò Riina, a Palermo, considerato il capo di Cosa Nostra fino all’arresto nel 1993. Il covo-fortino da cui gestiva i suoi affari, protetto dagli scagnozzi, il 9 maggio 2015 è diventata una caserma dei Carabinieri, intitolata ai sottufficiali Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, uccisi nella strage del 25 settembre 1988 a Caltanissetta in cui morì il giudice Rocco Chinnici, uno dei più importanti magistrati italiani e creatore del pool antimafia. “Nel linguaggio mafioso, il fatto che un comandante della stazione dei carabinieri abbia fatto della camera da letto di Riina il proprio ufficio è il più grande smacco che un boss possa subire. È un messaggio devastante per la criminalità organizzata", ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano durante cerimonia di inaugurazione della caserma.

I quadri. Quadri famosi comprati con i soldi sporchi del racket dello slot machine, tornano nelle mani dello Stato. Le tele di de Chirico, Fontana, Guttuso, Dalì, Sironi e Carrà confiscate a Gioacchino Campolo, il re dei videopoker, sono esposte nel Palazzo della Cultura di Reggio Calabria dal 7 maggio 2016. Non si sa se Campolo fosse davvero un esperto d’arte ma era si era comprato tele costose per arredare le sue case a Reggio, a Roma e a Parigi.



Le opere d’arte sottratte alla criminalità organizzata sono migliaia. Ad esempio in Lombardia sono più 400 e Paolo Campiglio, docente dell’Università di Pavia le ha catalogate.

Le bare. A Catania è bastata un’indicazione del Prefetto per destinare 13 bare prodotte da un’azienda confiscata al funerale dei migranti morti dopo il naufragio del 18 aprile 2015. L’incidente avvenne al largo della Libia e vi morirono più di 700 persone, ma solo 13 vennero ritrovate al largo di Catania. "Sono persone che hanno inseguito un sogno, una speranza, e io penso che davanti a queste tragedie tutto il resto, le polemiche politiche, facciano rabbrividire – ha detto il sindaco di Catania Enzo Bianco durante il funerale delle vittime il 7 luglio 2015 - Abbiamo voluto compiere un gesto di umanità e Catania non si tira indietro. Noi li seppelliremo nel nostro cimitero".

Il riutilizzo per risolvere l’emergenza abitativa. Negli ultimi anni, molte amministrazioni hanno creato progetti per risolvere l’emergenza abitativa, trasformando i beni immobili confiscati in case popolari. A Fano, in provincia di Pesaro-Urbino, per esempio, un appartamento è stato usato proprio per risolvere l’emergenza abitativa. La città “ha 7.000 disoccupati su poco più di 60.000 abitanti, è una città che ha sofferto molto la crisi, un progetto di questo tipo viene incontro alle necessità dei cittadini”, racconta Samuele Mascarin, assessore alla trasparenza e alla legalità e principale referente del progetto. L’appartamento è in via Eustacchio, numero 2, ma non ci abita più nessuno. Fino al 2011 l’ex proprietario, il commercialista Giancarlo Zaffini condannato per concorso in corruzione, lo affittava a una famiglia di quattro persone, madre, padre e due figlie. Grazie al progetto di cohousing promosso da Libera Pesaro-Urbino, dal Comune e dalle associazioni locali, le stanze ora vuote accoglieranno chi non ha una casa.

Le ferrari

L’accordo per le vittime della mafia



Un tempo le guidavano i boss: i padrini della ‘ndrangheta, del clan dei Casalesi o di Mafia Capitale ostentavano il proprio potere al volante di Ferrari rosso fuoco. Il simbolo del made in Italy nel mondo nelle mani di chi nel mondo aveva esportato una parola: mafia. Oggi decine di auto di lusso sono parcheggiate nei depositi giudiziari e sono in attesa di tornare a sfrecciare su nuovi circuiti, ma di legalità. Circa trenta le vetture col brand del cavallino rampante sottratte a criminali sulla base di confische definitive e attualmente in gestione all’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati. La convenzione tra l'Agenzia e la Casa di Maranello, firmata a novembre 2015 dal direttore Umberto Postiglione e dal direttore commerciale marketing Enrico Galliera, prevede che le vetture siano affidate all’azienda automobilistica, che stimerà gli eventuali danni, gli interventi di riparazione necessari, effettuerà una valutazione economica e poi le rivenderà nelle proprie concessionarie autorizzate in Italia e all’estero.

L’Agenzia curerà gli aspetti burocratici e supporterà la Ferrari in una fase delicata quale il prelievo delle auto, che potrebbe avvenire anche presso i garage dei destinatari della confisca. In quel caso, se necessario, saranno chiamate le forze di polizia a supporto.

Roma, Ferrari sotto sequestro: il blitz contro i Casamonica

“Non potrà acquistare le auto chi risulterà, a qualunque titolo, indagato e/o con precedenti penali per reati connessi alla criminalità organizzata”
La procedura di vendita dovrà essere trasparente. È la clausola inserita nei quattro punti dell’accordo per evitare che i beni tornino nelle mani sbagliate, come già avvenuto con automezzi, veicoli industriali o immobili. Chi acquista la Ferrari appartenuta ai boss dovrà presentare casellario giudiziario e certificato dei carichi pendenti. “Non potranno accedere all’acquisto di autovetture coloro che risulteranno, a qualunque titolo, indagati e/o con precedenti penali per reati connessi alla criminalità organizzata”. Dopo la vendita, alla Ferrari saranno corrisposte le spese sostenute, la restante somma finirà nel Fondo unico giustizia, una parte del quale è destinato al risarcimento delle vittime di reati mafiosi. Nel 2015 questo budget è stato di 56 milioni e mezzo di euro.

Il lusso in panne. A spingere l’Agenzia verso un accordo con la Ferrari è la difficoltà di vendere a buon prezzo beni di lusso appartenuti ai criminali, che senza l’opportuna manutenzione rischiano il deperimento e un crollo nella valutazione. Nel dicembre del 2012 l’Agenzia ha firmato un protocollo d’intesa con gli Istituti vendite giudiziarie per disfarsi di auto, moto, imbarcazioni e oggetti preziosi confiscati in via definitiva. Perché ogni giorno di custodia che passa rappresenta un costo per lo Stato. “Il problema principale riguarda i tempi delle confische: auto di lusso restano ferme per diversi anni, parcheggiate in depositi o addirittura nei garage delle stesse persone cui sono state sottratte”, spiega Giancarlo Manzo, che dell’Istituto vendite giudiziarie di Roma e Tivoli è il responsabile confische e fallimenti. “Vendere oggi una Porsche o una Ferrari confiscata nel 2010 non è impossibile, perché è pur sempre un’occasione. L’anno scorso abbiamo venduto una Targa a 96.000 euro, partendo da una base d’asta di 45.000, poi una Ferrari F430 a 75.000, ma ne valeva almeno 110.000. Noi le vendiamo con la formula “visto e piaciuto”, senza garanzia, senza revisioni o riparazioni. È chiaro che avremmo raccolto molto di più se le procedure fossero state più veloci”.

L’Istituto di Roma ha messo all’asta circa cinquanta vetture per conto dell’Agenzia nel 2015. Oltre alle auto di lusso, sono soprattutto utilitarie, suv o berline a far gola ai cacciatori di offerte. Su ogni vendita l’Istituto ottiene un aggio tra il 9% e il 15%. “Le aste telematiche ci danno una buona visibilità anche all’estero - aggiunge Manzo -. È cresciuto il numero di stranieri che comprano qui in Italia per poi immatricolare in Paesi come Romania, Polonia, Bulgaria, Albania, dove tasse e assicurazioni costano molto meno. Con meno di 20.000 euro possono portarsi a casa un Suv di valore, come Bmw X6 o Audi Q7, che ha percorso appena 20-30.000 chilometri. Ai clienti non interessa a chi sia appartenuto, se a un narcotrafficante o un truffatore, né lo sapranno mai”.

In precedenti aste con appena 10.000 euro era possibile aggiudicarsi una Testarossa 348 confiscata a un trafficante di droga, vettura pur sempre affascinante nonostante oltre vent’anni d’età.

Nel 2011 ci provò anche l’allora direttore dell’Agenzia, Giuseppe Caruso, a mettere all’asta circa trenta auto di valore, tra cui quattro Ferrari confiscate in Puglia, Sicilia e Calabria, e una Porsche, custodita in Sicilia.

Ai boss piacciono le rosse. La Ferrari è tra i marchi italiani più apprezzati al mondo, anche dai criminali. El Chapo Guzman, l’ultimo narcotrafficante messicano catturato a gennaio scorso dopo essere scappato da un carcere di massima sicurezza, amava il lusso, le armi, gli aeroplani e, appunto, la Rossa.

Nell’elenco delle auto in vendita potrebbero finire la Ferrari confiscata al clan Casamonica di Roma nel 2013 nell’ambito di un’inchiesta su traffico internazionale di droga, oppure uno dei bolidi del lussuoso parco macchine dei Casalesi. Dalle inchieste giudiziarie è emerso che il boss del quartiere Barra di Napoli, Pasquale Aprea, si fece prestare dal casalese Massimo Russo, detto Paperino, una Ferrari F430 in occasione della festa dei Gigli del 2007. Il capoclan sfilò la tra la folla facendo sentire il rombo di motore, tra applausi e commenti di stupore.

“Tutelare il prestigio di un marchio che è motivo di vanto per il Made in Italy”, è una delle ragioni dell’accordo tra Agenzia e casa automobilistica, che indirettamente contribuirà alla lotta alla mafia ottimizzando “le condizioni di vendita delle autovetture e massimizzando i possibili ricavi da parte dell’Erario”.

Porche ambulanza La Porsche-ambulanza. L’Agenzia può destinare veicoli e imbarcazioni anche ai Comuni, ai Ministeri o alle forze dell’ordine. Gestire un’auto di lusso, però, non è come gestire un’utilitaria. Una soluzione alternativa al riutilizzo di auto di lusso è stata trovata dalla Croce Rossa Italia di Roma, che ha trasformato una Porsche Cayenne confiscata (nella foto a sinistra) nel 2012 in un’automedica, attrezzata per trasporti di emergenza anche ad alta velocità. “L’auto è in dotazione al servizio 118 in occasione di grandi eventi e per il trasporto di persone da sottoporre a trapianti”, raccontano dalla sede romana della Cri. Sulla fiancata è visibile la scritta “Autoveicolo confiscato alla criminalità organizzata”. La prima uscita ufficiale della Porsche-Ambulanza è avvenuta il 27 aprile del 2014, in occasione della canonizzazione dei papi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, quando circa ottocentomila persone affollarono le strade del Vaticano. Poi, è stata utilizzata in apertura del Giubileo.
Il riutilizzo di un’auto di lusso confiscata dipende dalla disponibilità di enti, associazioni o forze dell’ordine di farsi carico dei costi di manutenzione e carburante. Quando non ci sono le condizioni, meglio vendere. Oppure tenere le auto in bella mostra, come ha fatto il Museo dell’Automobile di Torino, esponendo dietro le sbarre una Porsche Panamera sottratta a un truffatore.

Murales fattoria della legalità di Isola del piano
LA TRASPARENZA

Il silenzio dei Comuni

I Comuni sono obbligati per legge a pubblicare sul proprio sito la lista del patrimonio dei beni confiscati. Ma spesso la pagina online è vuota

Conoscere quanti e quali sono i beni confiscati alla mafia dovrebbe essere un’operazione facile: un click sulla pagina web del Comune e da lì l’accesso alla lista del patrimonio dell’amministrazione. Ma molto spesso il risultato di questa semplice ricerca è una pagina vuota. Le leggi che obbligano i Comuni a pubblicare la lista del patrimonio sul sito, nella sezione “amministrazione", sono due. Ma non vengono rispettate. La prima è il codice delle leggi antimafia (n.159 del 2011) che, nell’articolo 48, precisa: le informazioni contenute nell’elenco devono riguardare “la consistenza, la destinazione e l’utilizzazione” dei beni confiscati e, in caso di concessione a terzi, il Comune deve comunicare gli estremi dell’associazione, l’oggetto e la durata dalla concessione. L’altra legge, invece, è il cosiddetto “decreto trasparenza” (n. 33 del 2013), che ribadisce l’obbligo delle amministrazioni comunali a pubblicare la propria situazione patrimoniale. Il legislatore italiano, dopo anni di attesa, ha deciso di varare nel maggio del 2016 un ulteriore decreto per la trasparenza: il Foia (Freedom of information act). In altre parole, qualunque cittadino, senza giustificarne il motivo, può chiedere alla pubblica amministrazione di accedere a dati e documenti, a patto che non violi le normative sui dati sensibili.


Terreno confiscato in Contrada Passerello, Licata

La denuncia dei cittadini. Dal Nord al Sud manca la trasparenza. A Licata, un piccolo comune in provincia di Agrigento, l’associazione “A testa alta” racconta nel documentario “Confiscati e abbandonati” le difficoltà burocratiche per accedere agli atti patrimoniali. Prima della richiesta di documentazione, la pagina dell’Amministrazione trasparente del Comune siciliano era vuota e la versione cartacea risultava incompleta. Nelle carte consegnate dall’ufficio patrimonio, “i nomi dei vecchi proprietari sono stati sbianchettati per privacy e le informazioni sulle concessioni dei beni a terzi erano lacunose e troppo generiche”, denunciano nel video le attiviste.



Solo due Comuni. Anche le Marche, considerate in passato una regione virtuosa in fatto di legalità, pecca di poca trasparenza. Tra i siti dei 40 comuni più grandi della regione, solo in due è consultabile la lista dei beni confiscati alla mafia. Parliamo di Fano, in provincia di Pesaro-Urbino, e di Cupramontana, in provincia di Ancona. Anche in questo caso, l’unico modo per avere i dati mancanti è richiederli alle segreterie dei Comuni che hanno tempo 30 giorni e la possibilità di proroga di altre due settimane. Dal giorno in cui è stata inviata la domanda via mail (il 17 dicembre del 2015) al 31 maggio 2016 soltanto due Comuni hanno risposto: Matelica, in provincia di Macerata, e Senigallia, in provincia di Ancona. E nessuno di loro ha beni confiscati alla criminalità.


L'ingresso del Comune Cupramontana

L’inadempimento da parte delle amministrazioni agli obblighi di trasparenza innesca l’abbandono degli appartamenti o dei terreni sottratti ai mafiosi ma soprattutto l’indifferenza dei cittadini che, non conoscendo quali sono i beni un tempo dei malavitosi, non sono in grado di denunciare casi di abusivismo. Per non parlare dell’intricato gomitolo di leggi e postille che rende difficile l’accesso delle associazioni ai bandi per l’assegnazione dei beni confiscati.

L'attacco a Libera. Libera, l’associazione contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti (nella foto a sinistra) nel 1995, guida le giovani associazioni a districarsi nei bandi per le concessioni dei beni confiscati.
don Luigi Ciotti Un “regime di monopolio in maniera anticoncorrenziale” l’ha definita Catello Maresca, il pubblico ministero della Direzione nazionale antimafia di Napoli. Maresca, in un’intervista al settimanale Panorama, ha dichiarato che organizzazioni come quella di don Ciotti “hanno esasperato il sistema”, sfruttando beni che non sono di loro proprietà e utilizzando risorse e denaro di tutti. "Libera gestisce i beni attraverso cooperative non sempre affidabili. Io ritengo che questa antimafia sia incompatibile con lo spirito dell’antimafia iniziale", ha concluso il magistrato. A rispondere alle accuse è stato proprio don Ciotti che, in audizione in Commissione antimafia, ha ribattuto: “Non si può demolire il percorso di Libera con una menzogna. Le dichiarazioni di questo magistrato sono sconcertanti e chiedo che ci sia verità e giustizia in questo Paese”. Per il sacerdote, non c’è alcun monopolio anticoncorrenziale: “Libera non riceve nessun bene, che invece viene dato ai Comuni e poi affidato alle cooperative. Per la gestione dei beni confiscati Libera non riceve finanziamenti pubblici. I bilanci sono pubblici, da anni. Nessuno, nessuno, nessuno metta il cappello su Libera", è la risposta del fondatore dell’associazione contro le mafie.

“In tutta Italia Libera gestisce solo sei beni confiscati, tra cui la sua sede di Roma in via IV Novembre”. A dirlo è Umberto Postiglione, direttore dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla mafia. L’associazione contro la mafia, secondo Postiglione, svolgerebbe sul territorio soltanto un’azione di “promozione sociale della cultura della legalità” e di formazione per le piccole cooperative del luogo.


Gli amministratori

Lo scandalo Saguto

Manca un albo con le informazioni sugli amministratori giudiziari. Nella stragrande maggioranza dei casi, la nomina da parte del giudice avviene su base fiduciaria

Sicilia, settembre 2015. Silvana Saguto, presidente della Sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo, riceve un avviso di garanzia. Secondo la procura di Caltanissetta, Saguto avrebbe gestito gli incarichi secondo un sistema "familiare" che prevedeva uno scambio o una forma di interesse in favore delle persone più vicine al giudice. Per la gestione dei beni confiscati a Palermo il magistrato avrebbe ripetuto spesso un nome, quello di Lorenzo Caramma, suo marito. Caramma ha già lavorato nel settore come consulente per la gestione dei beni confiscati: il principale partner è l'avvocato Gaetano Cappellano-Seminara, l'amministratore giudiziario più importante della città che avrebbe staccato, per il marito della presidentessa, assegni a cinque cifre. Nulla di troppo oneroso per Cappellano che a Palermo gestisce moltissime aziende sottratte alla mafia tra cui l'"Immobiliare Strasburgo" confiscata al costruttore Vincenzo Piazza. Solo questo incarico avrebbe fruttato a Cappellano 7 milioni di euro.
L'inchiesta è scaturita da denunce pubbliche su un giro di affidamenti dei beni a pochi professionisti che ne avrebbero ricavato "parcelle d'oro". Nel gennaio 2014, aveva preso la parola Giuseppe Caruso, ex direttore dell'Agenzia dei beni confiscati, e davanti alla Commissione antimafia aveva espresso dubbi pesanti sull'affidamento degli incarichi di gestione.
Raffaele Cantone
Dopo di lui anche il presidente dell'Anticorruzione, Raffaele Cantone (nella foto a sinistra), ha scritto una lettera al Governo nella quale chiede al Governo di far chiarezza sugli stipendi dei manager chiamati a gestire i beni sequestrati alle mafie. In altra occasione, Cantone ha dichiarato: "Ci sono amministratori, imprenditori e tutta un’area grigia che non vede l’ora di essere avvicinata (dalle mafie, ndr) per fare soldi".

Chi sono gli amministratori. Per diventare amministratore giudiziario non ci sono corsi di laurea specifici: basta il titolo di avvocato o commercialista, essere iscritto al proprio albo da più di 20 anni o aver frequentato un corso di formazione post laurea di secondo livello in "gestione d'aziende" o "crisi aziendale". Sempre più spesso, agli amministratori giudiziari è richiesta una competenza manageriale per gestire le imprese sequestrate e mantenerle in vita. L'amministratore deve compiere delle scelte mirate alla crescita del bene o comunque alla conservazione. Questa figura opera sia per lo Stato ma anche per il vecchio proprietario a cui il bene potrebbe tornare una volta terminato il processo e giudicato non colpevole.

La legge c’è, l’albo latita. L'amministratore giudiziario opera in stretto rapporto con il giudice tanto che, nella stragrande maggioranza dei casi, la nomina da parte del tribunale avviene su base fiduciaria. In altre parole, il giudice può nominare amministratore chi già in passato ha collaborato con lui per la gestione di un bene sequestrato alla criminalità o chi si è candidato per ricoprire quel ruolo. Nessun criterio oggettivo che valga per l’intero Paese. A questo iter non ci sono alternative: manca un albo con tutte le informazioni sui professionisti e sui loro precedenti incarichi dal quale il giudice possa scegliere l'uomo giusto per l'incarico. La legge c'è, manca l'attuazione: con il decreto legislativo 14/2010 il Governo ha istituito l'albo ma di fatto, dopo sei anni, questo strumento non è utilizzabile. Tre anni dopo, con un decreto ministeriale (160/2013), il ministero della Giustizia ha deciso di chiedere agli amministratori giudiziari un contributo di 100 euro all'anno come tassa di iscrizione all'albo. Secondo Domenico Posca, presidente onorario dell'Inag (Istituto nazionale amministratori giudiziari) e creatore del progetto Agn network, sono stati più di 10.000 gli avvocati e i commercialisti tesserati negli ultimi tre anni. Moltiplicando gli iscritti per il costo della tassa, è possibile immaginare che il Ministero abbia incassato 3 milioni di euro. "Insomma, noi siamo tenuti a versare un contributo per un albo che non c'è. È come pagare le tasse dell'università senza essere iscritti", commenta Posca. Nel gennaio del 2016, il ministero della Giustizia ha varato un decreto che regola le modalità di gestione dell'albo degli amministratori giudiziari tra cui anche la tenuta informatica della lista. Nel dettaglio, l'articolo 2 prevede un albo distinto in una "parte pubblica" e una "parte riservata". La prima sarà pubblicata sul sito del ministero della Giustizia alla voce "albo degli amministratori giudiziari". Per la seconda, invece, l'accesso è consentito solo agli addetti ai lavori e sarà consultabile tramite i sistemi informatici ministeriali così da garantire la privacy degli iscritti. L'albo degli amministratori giudiziari, censendo i professionisti e i loro incarichi, misurerebbe il fenomeno delle confische e dei sequestri: "A oggi, conosciamo bene il numero delle aziende confiscate mentre per quelle sequestrate ipotizziamo un valore che oscilla tra le 15.000 e le 20.000", spiega l'ex presidente dell'Inag.

Rosy Bindi, presidente commissione Antimafia

La riforma che penalizza gli amministratori. La modifica del codice antimafia, approvata alla Camera nel novembre del 2015 e ora ferma in commissione Giustizia al Senato, ritocca il ruolo degli amministratori. Ma il testo all'esame a palazzo Madama non piace a Posca: "Quello che è successo a Palermo ha portato un inutile inasprimento della politica sugli amministratori giudiziari - racconta - E il testo passato alla Camera non fa altro che ammazzare il ruolo di chi gestisce i beni sequestrati e confiscati". Posca fa riferimento all'articolo 35 del disegno di legge nel quale viene stabilito che ogni amministratore può avere un numero massimo di tre incarichi "intese come tre aziende". Questa riforma non tiene conto della tipologia né del valore del bene da amministrare. "Va bene mettere un limite - dichiara il fondatore dell'Inag - A patto che si intendano tre procedure dove per ogni procedura ci sono più imprese". Il timore degli amministratori è ricevere come incarico le cosiddette 'scatole vuote', aziende fittizie destinate alla liquidazione. La stessa Rosy Bindi, presidente della commissione Antimafia della Camera, ha fatto notare che gli incarichi possono essere "di piccolissima entità" e che il criterio "quantitativo diventa un modo con il quale si possono aggirare i criteri qualitativi".

Cambiamenti in vista anche per la scelta degli amministratori: secondo il disegno di legge, il giudice non può nominare gestore dei beni sequestrati parenti, amici o "abituali commensali". Questa formula include chiunque conosca il magistrato e praticamente azzererebbe le candidature degli amministratori: senza un albo non si può fare altrimenti. In un articolo sul suo blog per l'Huffington post, Posca contesta la decisione del Governo di nominare gli amministratori giudiziari anche i dipendenti di Invitalia spa, l'agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, di proprietà del ministero dell'Economia. I lavoratori di Invitalia non sarebbero preparati, secondo Posca, a gestire beni immobili poiché "sono privi di esperienza, formazione e vengono fuori da un carrozzone politico".

I compensi. Per alcuni parcelle d'oro, per altri il minimo sindacabile. In Italia manca un criterio univoco per assegnare il compenso agli amministratori che, per il momento, cambia di tribunale in tribunale. A Napoli, ad esempio, il giudice Bruno D'Urso ha assegnato la gestione di tre aziende sotto sequestro del gruppo Ragosta al commercialista Domenico Dabbasso. Per il manager, il magistrato ha preventivato uno stipendio mensile di 25.000 euro. "Un insulto e un pericolo per la sopravvivenza delle aziende", hanno denunciato i lavoratori, da mesi in cassa integrazione e con stipendi da 800 euro.



Gli amministratori ci guadagnano sempre? "Assolutamente no", dichiara Posca e chiarisce che il compenso si basa su due parametri: il valore delle attività amministrate e il ricavo generato. Nelle aziende inattive il fatturato è zero, se c'è l'attivo viene assorbito dai debiti; in questo caso non ci sono i termini necessari per calcolare il compenso così il legislatore ha deciso di stabilire, nel decreto del presidente della Repubblica (dpr 177 del 2015), un compenso minimo che si aggirerebbe attorno agli 800 euro all'anno. Le cose si complicano quando in ballo c'è un complesso molto grande: "Prendiamo un bene che vale 50 milioni di euro e che fa 50 milioni di fatturato - spiega Posca - Io dovrei avere un compenso di circa 500.000 euro l'anno. Peccato che, quando il giudice vede cifre così alte non liquida quanto dovrebbe". Secondo le stime dell'amministratore giudiziario, il compenso che deriva dalla gestione di un bene importante è solitamente "un quinto del valore dell'azienda".

I FONDI EUROPEI

Le occasioni perse

Come si fa per ottenere i finanziamenti europei? “È una domanda da cento milioni di euro”, dice lo staff del governo

Mentre le tegole cadono e le travi marciscono, l’ingresso di Palazzo Teti Maffuccini a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, è coperto da un telo arancione bucherellato. Il restauro non è mai partito. I tre milioni di euro dell’Unione Europea sono sfumati per colpa degli intoppi burocratici e della camorra che voleva mettere le mani sull’appalto. Da quando è stato confiscato, nel 1996, il palazzo è rimasto senza manutenzione. Per 20 anni.

Palazzo Teti Maffuccini - Foto di Pietro Nardiello - (Antimafia Duemila)

In generale, gli interventi di ristrutturazione dei beni confiscati alla mafia rientrano nelle politiche di coesione, cioè programmi comunitari che hanno l’obiettivo di sostenere economicamente i progetti degli Stati membri. Tramite le politiche di coesione vengono stanziati dei fondi per finanziare progetti come quello di palazzo Teti. Una volta che l’immobile viene destinato al Comune, l’ente deve occuparsene e se le risorse ordinarie non dovessero bastare per ristrutturare o riqualificare la struttura, può chiedere finanziamenti grazie alle politiche di coesione. L’unico limite è la scadenza della programmazione. Se si supera, i fondi si bloccano.

OpenCoesione. Il portafoglio delle politiche di coesione è composto da due voci: le risorse europee (i Fondi strutturali) e le risorse nazionali (Fondo nazionale dedicato). Quando un progetto viene finanziato da questo tipo di politiche, “c’è sempre almeno un euro di una delle due voci” spiega il team di OpenCoesione, sito che monitora proprio i progetti delle politiche di coesione, coordinato dalla presidenza del Consiglio dei ministri. Sulla piattaforma si può scoprire quali progetti si finanziano, si può seguire il loro stato di avanzamento e si possono sollecitare i processi di programmazione e attuazione attraverso iniziative di partecipazione e riusi. In poche parole, questo tipo di finanziamenti può sostituire o integrare le risorse ordinarie dello Stato.

Nel dettaglio, ai Fondi strutturali e di Investimento europei si aggiungono i Programmi operativi nazionali (Pon) e regionali (Por). In particolare, i Pon “Legalità” e “Governance” (previsti nella programmazione 2014-2020) sostituiscono rispettivamente i Pon “Sicurezza” e i Pon “Competenze per lo sviluppo” e “Governance e assistenza tecnica” della programmazione 2007-2013. Ci sono anche finanziamenti comunitari come il Fondo per lo sviluppo e coesione (Fsc), il Piano d’azione per la coesione (Pac) e il Fondo europeo dedicato allo Sviluppo rurale della politica agricola comune.

Un lungo cammino. Ma come si fa a ottenere i finanziamenti delle politiche di coesione? “È una domanda da cento milioni di euro”, dicono sorridendo a OpenCoesione e spiegano che ogni progetto ha una storia diversa. In linea generale, “all’inizio della programmazione c’è un accordo di partenariato, cioè un confronto tra Ue, Italia, enti locali e partner economici e sociali – spiega OpenCoesione - Subito dopo, le amministrazioni hanno il compito di scrivere i programmi: ogni Regione ha un programma per ciascun fondo (Pon, Por e Piano di sviluppo rurale) e le amministrazioni che partecipano ne sono responsabili, così come la Regione. I programmi passano poi alla Commissione Ue che li valuta. Una volta approvati, si può cominciare a emanare bandi pubblici a cui possono partecipare sia le amministrazioni, sia i privati cittadini”. Hard e soft. Concretamente, i progetti legati ai beni confiscati alla criminalità sono di due tipi: hard, cioè ristrutturazione e riqualificazione, e soft, ovvero iniziative che riguardano la gestione dei beni, l’educazione alla legalità e progetti legati all’inclusione sociale. Secondo i dati di OpenCoesione aggiornati al 29 febbraio 2016, i progetti di intervento sui beni confiscati sono 233 per un costo totale di 124,93 milioni di euro. La maggior parte sono di tipo hard (199 progetti per un costo di 115,48 milioni di euro) e sono localizzati prevalentemente al sud: in Sicilia (83), in Calabria (61), in Puglia (43) e in Campania (36). Anche perché è proprio nel Mezzogiorno che si trovano più beni immobili confiscati alla criminalità organizzata.

I progetti di intervento di tipo soft, invece, sono 34 per un costo totale di 9,45 milioni di euro. Come gli hard, sono prevalentemente localizzati nel Mezzogiorno, anche se il primato per i finanziamenti ricevuti va a una regione del nord: la Lombardia. Questo succede perché, anche se al nord ci sono meno beni immobili confiscati, gli enti si concentrano di più su progetti che riguardano la gestione o iniziative per promuovere la legalità.

LA RIFORMA

Il testo in esame al Senato

Il senatore Lumia: “Per i corrotti varranno le stesse norme previste per i boss mafiosi: la misura di prevenzione patrimoniale potrà essere applicata anche senza condanna penale”

L’Agenzia dei beni confiscati controllata direttamente dalla presidenza del Consiglio. Un fondo di rotazione per le aziende. Nessuna parentela o amicizia tra amministratore giudiziario e giudice. La confisca dei patrimoni dei corrotti anche senza condanna penale. Sono queste alcune delle novità previste nella riforma al codice antimafia che riguardano la gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Il testo è passato alla Camera con 281 voti favorevoli e 66 contrari, ora è in esame al Senato. “Entro l’anno sarà legge”, annuncia dal suo ufficio a piazza Sant’Eustachio a Roma il senatore del partito democratico Giuseppe Lumia, membro della commissione Giustizia e componente della commissione Antimafia.



L’Agenzia nazionale. Secondo il testo, l'Agenzia nazionale per i beni confiscati non dipenderà più dal ministero degli Interni, ma sarà sotto la vigilanza della presidenza del Consiglio. La sede centrale sarà a Roma e non più a Reggio Calabria, questo perché di fatto è nella capitale che il direttivo si riunisce con più frequenza. Il direttore continuerà a essere scelto tra i prefetti o si preferiranno i manager? “Su questo – afferma Lumia – la commissione in Senato sta ancora decidendo”. Anche sulla chiusura delle sedi di Napoli, Palermo e Milano il Senato deve ancora decidere. Quel che è sicuro è che la sfera d’azione dell’Agenzia viene limitata: non avrà più la gestione diretta dei beni a partire dalla confisca di primo grado ma a partire dalla confisca di secondo grado.

Norma Saguto. Così ribattezzato dopo l’accusa di corruzione al giudice Silvana Saguto e all’amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara, il provvedimento impedisce al magistrato di nominare come amministratore giudiziario dei beni confiscati un parente ma anche “convivente e commensale abituale”. Gli amministratori giudiziari non potranno inoltre avere più di tre incarichi per volta. Sul compenso, che ad oggi varia da tribunale a tribunale, Lumia dice: “Il Senato sta cercando dei criteri univoci”. Gli amministratori saranno scelti dall’albo degli amminstratori che ad oggi ancora non c’è malgrado sia stato istituito da una legge del 2010. I criteri di accesso all'albo? “Professionalità accertata – afferma Lumia - non basta essere un commercialista o un avvocato devi dimostrare di sapere gestire un bene”.

Aziende. Ci sarà un fondo di rotazione per le aziende sequestrate e confiscate. La cifra verrà stabilita in base della legge di stabilità anno per anno. In Senato si sta valutando la possibilità di incentivi a chi fa ordini alle nuove aziende. Ci saranno dei tavoli provinciali permanenti dedicati alle imprese. Avranno una funzione di monitoraggio.

Corruzione. Già nel 2012, il 12 sexies ha allargato le confische ai patrimoni dei corrotti condannati penalmente, ora, secondo quanto previsto dalla riforma, ci sarà la confisca anche senza condanna penale, secondo il criterio della prevenzione patrimoniale. “È una misura potentissima – sottolinea Lumia - si può utilizzare anche contro gli indiziati di corruzione”.

Tribunali. Per snellire e abbreviare le procedure saranno create delle sezioni specializzate presso i tribunali e le corti di appello.

Vendere o non vendere? Ci sono due correnti di pensiero nella gestione dei beni confiscati: c’è il partito di chi è favore della vendita degli immobili per poi fare cassa, soprattutto nei casi di beni rovinati o gravati da forti ipoteche; e c’è il partito dei contrari alla vendita in nome del valore simbolico dell’uso sociale e anche per paura che il bene torni nelle mani dei clan. “Io nel 1996 scrissi la legge 109 sul riuso sociale dei beni – racconta Lumia - avevamo la direttrice di evitare la vendita degli immobili. Poi negli anni è andato avanti questo conflitto ideologico. È tempo di una riflessione reale: non bisogna partire da pregiudizi ma bisogna partire dal bene, quando il bene non ha caratteristiche per l'uso sociale è giusta la vendita. Comunque in Senato stiamo valutando la via da seguire”.

IL PROGETTO

Come è nato Confiscati Bene

L’idea di coinvolgere i cittadini nel monitorare che fine fanno ville, palazzi, terreni confiscati ai mafiosi fu lanciata nel 2014. Eravamo una decina di persone, ora siamo una comunità

Di suole delle scarpe ne son state consumate. E pure di polpastrelli delle dita, lì a pigiare tasti sul telefonino, sperando che dall’altro lato qualcuno rispondesse. “Confiscati Bene” vive da due anni perché un progetto per la trasparenza, il monitoraggio civico e gli open data nato dal confronto di una decina di persone e cresciuto fino a diventare una community che collabora, si scambia informazioni, fa advocacy, promuove eventi e convegni sul tema dei beni confiscati alla criminalità.

Il primo monitoraggio civico nel castello di Ottaviano a Napoli

Oggi ne fanno parte anche giornalisti, rappresentanti della pubblica amministrazione, volontari di Libera o di altre associazioni e cooperative impegnate nella lotta alla mafia e nel riuso sociale dei beni sottratti ai clan.

L’idea di coinvolgere i cittadini nel monitorare che fine fanno ville, palazzi, terreni confiscati ai mafiosi fu lanciata nella primavera del 2014 come spin-off di un altro progetto per la trasparenza, OpenPompei. Taccuino e macchine fotografiche in mano, i civic hacker entrarono per la prima volta nella sede di Radio Siani, a Ercolano, e nel Castello Mediceo di Ottaviano, entrambi in Campania. Due luoghi un tempo simbolo della potenza della camorra, che negli anni Ottanta in quegli stessi locali ordiva trame, progettava omicidi o contava i soldi delle tangenti.



“Eravamo una decina di persone, e tra queste alcune di Monithon che già da qualche tempo avevano iniziato a dialogare con l’Agenzia per i beni confiscati sulle modalità di pubblicazione e fruizione dei dati”, ricorda Andrea Borruso, che tra il 2013 e il 2014 fu selezionato per il progetto Open Pompei in qualità di esperto di open data. “In quell'occasione conobbi meglio Alberto Cottica (project manager di OpenPompei, ndr) che mi propose di organizzare un hackathon (una maratona che prevede l’utilizzo di dati, ndr) sui beni confiscati da svolgere durante il raduno della comunità di Spaghetti Open Data del 2014”. I dati dell’Agenzia erano aggiornati al gennaio 2013, non erano completi, né riutilizzabili. Dopo una decina di ore di lavoro fu creato il primo database. “Verso la fine - aggiunge Borruso -, emozionati e contenti per quanto fatto, sorse una domanda: 'come lo chiamiamo questo progetto?'. E Massimo Santi disse: Confiscati Bene”. Quella raccolta di idee e soprattutto di dati non poteva disperdersi in quel momento, così nacque il sito confiscatibene.it, con il contributo tecnologico di Twinbit e quello giornalistico di Dataninja. Se c’è una cosa che accomuna attivismo civico e giornalismo investigativo è la dote da rompiscatole, quella costanza nel cercare informazioni, facendo pressioni su istituzioni e altre fonti con tutti gli strumenti a disposizione, dalle richieste di accesso civico fino alla verifica sul campo.

Il raduno 2015 di Spaghetti Open Data

Confiscati Bene è diventata poi un’inchiesta di data journalism, pubblicata in contemporanea a settembre del 2014 su L’Espresso online e sui 18 quotidiani locali del Gruppo. Sul sito www.confiscatibene.it sono stati liberati dati su beni confiscati, a livello nazionale, regionale e comunali, su amministratori minacciati dalla criminalità e su Comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. “Cerca i dati e trova le storie” è stato il motto del progetto affinché non fossero solo numeri e mappe a raccontare come lo Stato si stia riappropriando, non senza difficoltà, di un patrimonio da miliardi di euro costruito su fondamenta di traffico di droga e di armi, corruzione, riciclaggio, estorsioni, omicidi. Dall’inchiesta sono nate interrogazioni parlamentari, tesi di laurea, eventi sul territorio. La mail di un agricoltore della provincia di Caserta, che ci chiedeva informazioni su come gestire un terreno confiscato nella sua zona, fino a quel momento abbandonato, fu la conferma che “l’energia potenziale dei beni confiscati” andava non solo liberata ma anche comunicata. In Italia e all’estero.

Così nell’autunno del 2014 Dataninja ha preso virtualmente il volo per Bruxelles, facendosi finanziare dalla fondazione JournalismFund un’inchiesta su scala europea per ricostruire quanti e dove fossero i beni confiscati nel continente e se gli Stati se ne fossero riappropriati, come ha fatto l’Italia. Il 16 dicembre 2015 è andata online contemporaneamente in Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito l’inchiesta “Confiscated goods: the dark billions”, che ha indagato sui quattro miliardi di euro di beni confiscati in Europa, sul riciclaggio di boss italiani nella penisola iberica e in Costa Azzurra e sullo scandalo della villa confiscata in Francia a un usuraio calabrese colluso con la 'ndrangheta ma per anni rimasta nella sua disponibilità, tanto da affittarla online su Airbnb. Anche questa volta il media outlet italiano è stato L’Espresso.

Mappa: beni confiscati in Europa



Sono stati mesi di raccolta di circa tremila pagine di documenti, scambio di informazioni e revisioni con i colleghi stranieri, incontri con investigatori, magistrati, funzionari dell’Agenzia nazionale beni confiscati e della Direzione nazionale antimafia, oltre ad esperti di procedure di confische all’estero. Intanto Confiscati Bene ha raccolto premi e riconoscimenti: una menzione speciale dall’Istat, il Wind Transparency Awards, l’inserimento nella Shortlist degli Open Data Awards 2015 per la categoria “Open Data Social Impact Award - celebrating open data used as a tool for social good”.

Il resto è storia di oggi, con la fase due del progetto e un nuovo publication day il 21 marzo, in occasione della giornata nazionale per le vittime di mafia. Per sostenere le iniziative di Confiscati Bene è nata un’associazione, onData, che promuove trasparenza e cultura dei dati attraverso competenze digitali e giornalismo investigativo. Oltre alla diffusione dei dati, l’associazione sta promuovendo lo storytelling digitale sulla nuova vita dei beni confiscati, sostenendo la rassegna cinematografica Corto di Sera, che premierà i migliori cortometraggi sui beni confiscati in una sezione denominata Ripreso Bene. onData è partner di Libera, l’associazione che nel 1996 fu artefice dell’approvazione della legge per il riutilizzo sociale dei beni confiscati, in un progetto per la mappatura di tutti gli oltre 23.000 beni confiscati e per la creazione di una rete di sentinelle sui territori che si occuperanno di monitorare se questi siano confiscati bene.

QUESTA INCHIESTA

Dietro le quinte

I praticanti della scuola di giornalismo di Urbino si uniscono a Confiscati Bene e ai giornali locali del Gruppo Espresso. E inizia il lavoro

La collaborazione tra il Gruppo Espresso e il gruppo di Confiscati Bene nasce a settembre 2014 quando sui 18 quotidiani locali viene pubblicata, per la prima volta, la mappa dei beni confiscati in Italia, regione per regione. Ma l’idea di creare un contenitore dove far confluire quanto più materiale possibile sui beni confiscati nasce nel marzo 2015 allo Spaghetti Open Data di Bologna, il meeting annuale di cittadini italiani interessati al rilascio di dati pubblici in formato aperto. Il progetto è quello di coniugare il lavoro sul database nazionale dei beni confiscati con il racconto delle storie locali che riguardano i beni, la gestione successiva al sequestro, il riutilizzo. Nei mesi successivi, la ricerca si allarga anche all’Europa e viene pubblicata su L’Espresso l’inchiesta internazionale sui beni confiscati in Inghilterra, Francia e Spagna.

Nel dicembre 2015 entrano a far parte del progetto gli allievi dell'Istituto per la formazione al giornalismo, scuola fondata a livello paritario dall’Università Carlo Bo di Urbino, e ordine dei giornalisti delle Marche, attraverso una collaborazione con il Gruppo Espresso. L’idea è quella di realizzare un’inchiesta sui beni confiscati e sulla difficoltà di restituire ai cittadini il patrimonio frutto di attività illegali, come previsto dalle leggi italiane, con l’ambizione di creare un percorso partecipativo virtuoso che consenta la “riconquista”. Con un workshop di due giorni, i dataninja Andrea Nelson Mauro e Gianluca De Martino costruiscono insieme ai giovani colleghi il progetto “Confiscati Bene Marche”. Un team di 12 praticanti giornalisti comincia un lavoro di analisi della realtà esistente. Alla fine il dato c’è: nelle Marche i beni confiscati sono 58. Le storie da raccontare, invece, sono tre. La prima, a Cupramontana, in provincia di Ancona dove il rudere confiscato a Enrico Nicoletti, il cassiere della banda della Magliana, è diventato un centro per utenti con disagio psicologico. A Fano, in provincia di Pesaro-Urbino, un appartamento confiscato ad un imprenditore locale sarà destinato a chi non ha una casa mentre a Isola del Piano, qualche chilometro più a nord, una villa confiscata a un usuraio di Erba è stata trasformata in una fattoria della legalità. Il risultato è una serie di storie multimediali pubblicate sul “Ducato”, il sito web dell’Istituto di formazione giornalistica di Urbino.

Ad aprile 2016 la collaborazione tra gli studenti e il Gruppo Espresso entra nella seconda fase: sette allievi dell’istituto vengono inviati nelle redazioni dei quotidiani (Udine, Mantova, Modena, Reggio Emilia) e nella sede centrale di Roma per seguire uno stage di tre mesi, durante il quale continueranno a occuparsi del progetto sui beni confiscati. Grazie all’aiuto di Libera – l’associazione non profit impegnata nel recupero dei beni confiscati - e alle cooperative sociali che si occupano della loro gestione, i racconti arrivano da tutta Italia, dalla pizzeria Wall Street di Lecco alla denuncia dell’associazione ‘A testa alta’ di Licata, in provincia di Agrigento. Così l’inchiesta prende corpo.

Le interviste a Nando dalla Chiesa, presidente onorario di Libera, e don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione contro le mafie, sono servite a capire il ruolo dell’antimafia nel mondo dei beni confiscati. Il senatore del partito democratico e membro della commissione Giustizia, Giuseppe Lumia, invece, ha chiarito i nodi principali della legge di modifica al codice antimafia del 2011. Infine con Umberto Postiglione, direttore dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati, è stato affrontato il tema delle difficoltà di gestione del patrimonio.

L’inchiesta, alla quale ha lavorato un team di 24 persone, fornisce una fotografia della situazione e degli aspetti critici legati al recupero dei beni. Ma ha l’ambizione di essere un punto di partenza per il coinvolgimento di tutti quelli che, giornalisti e cittadini, professionisti e volontari, hanno a cuore la restituzione di queste ricchezze illegalmente accumulate dalla criminalità, per renderle fruibili dai legittimi proprietari, cioè i cittadini. Confiscati Bene diventa in questo modo il punto di riferimento nazionale per tutte le storie, le segnalazioni, i dati aperti. La community che può già contare su decine di attivisti continua ad allargarsi e a raccogliere informazioni, consentendo di arricchire il database e mettere in evidenza casi di buona e cattiva gestione. Coniugare l’utilità e la narrazione, lo strumento di servizio e la possibilità di trovare soluzioni ai problemi segnalati, l’approfondimento tematico e l’attivismo: questo era, ed è, l’obiettivo del nostro progetto, sintetizzato dal titolo “Riprendiamoli”.

PARTECIPA

Le vostre segnalazioni

Vivi accanto a una villa confiscata che cade a pezzi? Vuoi conoscere quanti beni confiscati si trovano nel tuo Comune? Vuoi conoscere le procedure per gestire un bene che prima apparteneva a un mafioso? Partecipa alla community di Confiscati Bene, un luogo di confronto e azione per la trasparenza, gli open data e il monitoraggio civico su case, palazzi e terreni sottratti dallo Stato alla criminalità organizzata.

Se vuoi diventare un cittadino attivo nella lotta alla mafia non hai altro da fare che iscriverti alla mailing list nella sezione “Partecipa” di Confiscati Bene, presentarti e indicarci le motivazioni che ti spingono a interessarti di beni confiscati e del loro riuso sociale. Troverai ad ascoltarti e aiutarti civic hackers, informatici, giornalisti, esperti di open data, volontari di Libera e rappresentanti della Pubblica Amministrazione. Puoi inviarci foto e video, ottenere informazioni su come presentare una richiesta di accesso civico ai comuni e conoscere dove si trovano i beni confiscati più vicini a te. Potrai rimanere aggiornato sui bandi per la concessione di appartamenti o terreni, sui documenti da presentare e, perché no, farti assistere in una campagna di crowdfunding.

I mafiosi non aspettano altro che una villa che lo Stato ha confiscato vada in rovina, che un territorio si impoverisca, che la terra ritorni arida e inquinata, oppure che le aziende falliscano. Non diamogliela vinta. La lotta alla criminalità passa anche per la tua denuncia. La trasparenza e la diffusione di dati aperti fanno parte della missione del progetto Confiscati Bene, perché il solo lavoro dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati non è sufficiente.

Partecipa! È un invito a diventare una sentinella sul tuo territorio e segnalarci anche storie di successo che siano di stimolo per chi ha le mani pulite ma le tiene ancora in tasca.

FONTI E RISORSE

Gli articoli, i documenti e i libri usati

In basso, la lista completa di tutti i documenti consultati e utilizzati in questa inchiesta. Il materiale è diviso in tre sezioni: la prima, fonti e risorse, comprende libri, dossier e siti internet mentre la seconda, le leggi, rimanda ai testi di legge pubblicati sulla Gazzetta ufficiale dello Stato. Infine, l’ultima parte è dedicata agli articoli inseriti nel testo o consultati nella stesura dell'inchiesta.

ENGLISH

About this project

Introduction. On the plot of land seized in 1999 from boss Matteo Messina Denaro - the new Cosa Nostra boss in Sicily, one of the most wanted men by the Italian police - a soccer field should have emerged. Nevertheless, nothing has been done yet.
The historical palace seized from the camorra, where Giuseppe Garibaldi slept and where the surrender of Capua was signed in 1860, has been falling into ruins for the past 20 years. The pizzeria of an 'ndrangheta boss in Lecco, in the productive heartland of Northern Italy, has been closed for 24 years. There are tens of other similar stories: despite efforts, the State has not been able to manage all the properties - product of illegal activities - that during the years were seized from organized crime.
From 1982 to date, 27,000 assets were seized and confiscated: villas, farmsteads, castles, hotels, clinics, supermarkets, beach facilities, luxury cars, and artwork. Only 11,000 of these were returned to the community. A heritage of incalculable value that deteriorates day by day... [read more]

Mafia bosses' Ferrari cars. In the past, the bosses would drive them: the “padrinos” of ‘ndrangheta, of the Casalesi clan or of Mafia Capitale, showing off their power at the wheel of a blazing-red Ferrari. The symbol of Made in Italy in the world in the hands of those who had exported one word: mafia. Today dozens of luxury cars are parked in the Courts warehouses and they are waiting to make a comeback on new roads, this time legally. There are about thirty cars with the [Ferrari] rampant horse brand taken from criminals on the basis of final seizures and currently under management of the National Agency for Seized and Confiscated Assets (ANSBC). Under an agreement between Anbsc and the Ferrari, signed in November 2015 by the Manager Umberto Postiglione and the Marketing and Sales Manager Enrico Galliera, the cars will be assigned to the [Ferrari] car manufacturer, which will assess their damage and the necessary repairs to be carried out, will perform a financial analysis and then will resell them to their authorized car dealerships in Italy and abroad.
The Agency will handle all the bureaucratic aspects and will support Ferrari in the delicate phase of picking up the cars, which may have to take place even from the garages of the seizure’s recipients. In such case, if necessary, police support will be called on... [read more]

How did Confiscati Bene came to be? It has been a long journey made of an infinite amount of phone calls, hoping for someone to respond. “Confiscati Bene” is two years old because it is a project that promotes transparency, civic monitoring and open data which had been created from the exchange of ideas of about ten people and it has grown until it became a community that cooperates, exchanges information, carries out advocacy, promotes events and conventions on the topic of assets seized from crime.
Today, it has among its ranks also journalists, Public Administration officials, Libera Association volunteers or volunteers from other associations and cooperatives engaged in the fight against mafia and the social reuse of the assets seized from the clans... [read more]

The investigation. The cooperation between the Espresso Group and Confiscati Bene was born in September 2014, when 18 local newspapers published for the first time the map of seized assets in Italy, region by region. Still, the idea of creating a single place for gathering as many documents as possible on seized assets was born on March 2015 at the Spaghetti Open Data in Bologna (the annual meeting of Italian citizens interested in having data released in an open format). The project aims at combining the work done on the national database of seized assets with local stories concerning the assets, their management after the seizure, their reuse. In the following months, the research was extended to a European level, and L’Espresso published an international investigation on seized assets in the UK, in France and in Spain.... [read more]

Your Alerts. Do you live next to a seized villa that is falling apart? Would you like to know how many assets were seized in your Municipality? Would you like to know the procedures on how to manage an asset that had previously belonged to a Mafioso? Join the “Confiscati Bene” community, a place of dialogue and action for transparency, open data and civic monitoring of houses, palaces and lands seized by the State to organized crime... [read more]

Notizie


Le ultime notizie e storie dai quotidiani locali del gruppo Espresso e da Confiscati Bene







Il team di "Riprendiamoli"


Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino
Pier Vittorio Buffa, Daniela Larocca, Jacopo Salvadori, Andrea Perini, Martina Nasso, Marco Tonelli, Enrico Forzinetti, Isabella Ciotti, Nicola Petricca, Giorgio Pinotti, Simona Desole, Vincenzo Guarcello e Dania Dibitonto

Gruppo Espresso
Agl e Quotidiani Locali: Andrea Iannuzzi, Federico Badaloni, Tecla Biancolatte, Marianna Bruschi, Silvio Falciatori, Rosa Maria Di Natale, Nathalie Rose, Enrico Lorenzo Tidona, Marion Sarah Tuggey Visual Desk: Paola Cipriani

Confiscatibene
Gianluca De Martino, Andrea Nelson Mauro, Alessio Cimarelli, Elena Iannone e Andrea Borruso

La realizzazione di "Riprendiamoli" è stata curata da Tecla Biancolatte, Gianluca De Martino, Daniela Larocca e Jacopo Salvadori (testi); Marion Sarah Tuggey (traduzioni); Paola Cipriani (elaborazione grafica)